Un cerchio dopo una partita della nazionale femminile agli ultimi mondiali di Lecco
Vorrei poter scrivere il mio bel articolo sui risultati della scorsa tappa di campionato, ma sinceramente non ci riesco. Non faccio che pensare ai fatti terribili che stiamo vivendo.
Proprio in questo periodo la mia mente fantasticava al Belgio, al Tom’s Tourney , quando oggi, improvvisamente, la realtà mi ha fatto precipitare con i piedi per terra. Fatico a parlare spensierato di sport, perché, lo confesso, sono preoccupato.

Non sono solo le bombe che mi preoccupano, sono le realtà che facciamo finta di non vedere o che non abbiamo tempo di osservare perché chiusi nella nostra routine, che mi agitano: sono i migranti che bussano alle nostre porte e che non siamo capaci di accogliere, sono le paure fomentate da piccoli e grandi politicanti, sono le dinamiche internazionali che non riesco più a capire perché troppo complesse e i Donald Trump di tutto il mondo che mandano messaggi pericolosi e spaventosi.

Giochiamo ad uno sport che con tutto questo non ha niente a che fare, come tutti gli sport. Giochiamo assieme. Accogliamo chiunque voglia far parte della nostra comunità. Sfoghiamo le nostre tensioni in campo e stiamo assieme fuori dal campo, in tutta Europa e in tutto il mondo uguali. Perché è così che ci piace vivere e giocare. Perché è così che ci piace il nostro sport. Forse da questo dovremmo tutti imparare.

La vita è come la vogliamo vivere e io in un mondo di odio non ci voglio vivere. Non voglio avere paura di viaggiare, di muovermi, di accogliere il nuovo che avanza e di fare nuove esperienze.
Scrivo queste due righe per riflettere insieme a voi: non facciamo vincere la paura ma insegniamo al mondo che c’è una possibilità. Esportiamo quello che ai nostri tornei è la normalità. Gli uomini possono essere migliori di così e tutti noi possiamo contribuire a diffondere i sentimenti di rispetto, giustizia e condivisione che conosciamo così bene perché parte importante del nostro quotidiano. Fuori e dentro il campo.

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