Al Tom's Tourney abbiamo intervistato Eva Artoni, allenatrice della nazionale italiana women che andrà a Londra per i prossimi mondiali. A lei abbiamo fatto un poco di domande riguardo la nazionale e il movimento Italiano. Ecco la nostra bella chiacchierata:

Matteo Simonetti: Iniziamo con un commento sul torneo di Brugge. Il terzo posto dietro le nazionali di Gran Bretagna e Svezia è sicuramente un buon risultato…
Eva Artoni: si, è un buon risultato visto anche la formazione ridotta, quando affronti un torneo di tre giorni di alto livello il fattore cambi si fa sentire. Abbiamo perso con la Svezia di un paio di punti e vinto con il Belgio di uno, abbiamo giocato delle partite tutte vicine di punteggio, cosa che ci è servita per valutare la tenuta e la testa, con la Gran Bretagna non siamo riuscite ad entrare in partita e non abbiamo fatto una grande semifinale, però come risultato è andata molto bene perché queste tredici giocatrici hanno giocato tutte molto e si sono amalgamate bene. Questo è molto utile per la nazionale visto che, provenendo da club diversi, fare gruppo per le giocatrici non è cosa scontata e questo torneo è stato un ottimo banco di prova e di crescita come team.
Altra cosa che abbiamo notato è che GB e Svezia hanno cambiato solo poche giocatrici dallo scorso europeo, sono progetti molto solidi sia per continuità che per formazione sappiamo che per batterle bisogna fare la partita perfetta. Comunque sono contenta e posso dire che è andata bene.
M.S.: quindi le tue impressioni sul gruppo delle ragazze quali sono?
E.A.: il problema della nazionale è proprio creare gruppo, quest’anno forse perché la squadra è cambiata avevamo dei timori, invece le ragazze si stanno trovando tutte molto bene e c’è un ottimo atteggiamento.
M.S.: Direzione Londra, cosa ti aspetti? Sarà un momento importante per la nazionale…
E.A. : si sicuramente sarà un momento importante perché veniamo da risultati a livello europeo molto buoni, 3 posto a Maribor e 4 a Copenaghen, i mondiali scorsi non siamo andate quindi l’ultimo mondiale risale al 2008. Questi sono mondiali molto diversi; ci sono più squadre e molta più visibilità e questo ci spingerà a fare bene, come obbiettivo è finire tra le migliori delle squadre europee, sappiamo che ci sono dei mostri irraggiungibili e se ci qualifichiamo tra le prime dieci possiamo dire che abbiamo fatto un gran risultato, considerato che ci sono davanti squadre come USA, Canada, Giappone, Australia e Colombia che sono molto forti, lottiamo con le europee: GB e Germania…
M.S. : avete già incontrato la Germania?
E.A. : Abbiamo giocato con la Germania durante gli scorsi test match in Svizzera, loro, come GB, atleticamente si spendono molto, corrono e si tuffano su ogni disco e come tutte le nordiche sono meno emotive in campo, sembrano più dei soldati…
M.S. Parliamo di te… a quanti mondiali hai partecipato?
E.A.: beh considerato che gioco dal 2000: il mio primo europeo è stato nel 2003, poi mondiali nel 2004, europeo nel 2007, rottura del crociato quindi ho saltato li mondiale del 2008, mondiale per Club 2010, europeo 2011, il mondiale 2012 non l’abbiamo fatto e poi europei Beach 2013, tutti questi da giocatrice, poi ho allenato la junior nel 2013 e 2014 e adesso la nazionale maggiore nel 2015 e 2016.
M.S. Direi una carriera di tutto rispetto. Quest’anno hai giocato anche i campionati, come ti sembra questa stagione 2016?
E.A. Ho giocato perché dopo due anni di infortunio avevo voglia di giocare, è stato anche un modo di stare e giocare con delle ragazze che fanno parte della nazionale, e poi è sempre una bella sfida. Certo dovremmo lavorare un po’ per far crescere il movimento perché avere poche donne fa nascere poi molti problemi per l’Ultimate in Italia. I campionati sono la vetrina dell’ultimate, purtroppo sono ancora un po’ piccoli, anche se è bello vedere dei club che lavorano bene e sono in crescita, Rimini con le ragazze più giovani e Padova ad esempio che riesce a dare continuità… la squadra dove gioco io (Holy cows di Bergamo) invece ha problemi numerici e sono costrette ad unire più club per giocare, c’è la necessità di lavorare sul movimento femminile, una cosa che vorrei fare io in futuro… il movimento maschile cresce molto mentre il femminile rimane fermo… non è un caso, semplicemente questo è uno sport duro e organizzato in modo complicato, a livello fisico è molto impegnativo, pensare di avvicinarsi ad un sport che ti chiede di giocare 4 partite in un giorno, per esempio, richiede molta motivazione.
M.S. : Parlando del movimento e delle nazionali, queste ragazze le segui dall’europeo dell’anno scorso mentre le altre nazionali non sono riuscite a rimanere stabili come organico, la Open ha cambiato allenatori, la master ha avuto problemi di numeri e il progetto mixed è saltato, cosa ne pensi?
E.A.: il problema è sempre legato alle peculiarità dell’ultimate come sport e come movimento. Le donne sono poche per cui anche noi come nazionale, avendo perso alcune delle giocatrici, siamo dovute andare a scegliere giocatrici della mixed. Primo problema quindi è il numero di atleti, poi c’è anche il problema del livello tecnico, non si è voluto mandare una nazionale troppo giovane, con troppa disparità tra uomini e donne che sarebbe andata a fare un mondiale con il rischio di perdere troppe partite; non sarebbe stato utile per il movimento e motivante per i giocatori.
L’altro problema è stata proprio l’ impegno che il mondiale richiede ai giocatori: non si parla solo di una settimana ma un anno di raduni, allenamenti e tornei che necessitano risorse non solo economiche ma anche di energia. Molti di coloro che hanno rinunciato, hanno rinunciato sia per motivi privati, sia perché sfiniti dagli impegni accumulati. I giocatori delle nazionali che hanno in media 23 anni, partecipano ad eventi internazionali ormai da quando ne avevano 18, la richiesta è molto alta: economica per le famiglie e di concentrazione per gli atleti, ad un certo punto vengono a mancare le energie mentali; quindi chi lascia non rinuncia perché non si trova con il gruppo, anche se non escludo che per qualcuno questa sia stata una motivazione, ma anche perché viene chiesto un impegno da atleta professionista senza che ci siano le risorse per sostenerlo.
M.S.: Parliamo di federazione, tu fai parte della commissione tecnica, e tra poco sarà tempo di rinnovare il direttivo. Come vedi il futuro della federazione? E.A.: Penso che la federazione abbia cercato di organizzarsi in questi anni ed è stato molto lodevole il tentativo, è chiaro che si sia un po’ appesantita tutta la parte burocratica con l’introduzione delle commissioni che personalmente trovo molto utili ma che hanno reso difficile il coordinamento. Ci sono delle difficoltà, legate al fatto che ognuno, su base volontaria, ci dedica il tempo che può. Con il movimento in crescita e con tutto lavoro che si sta facendo sui giovani avremmo bisogno di più persone che si possano dedicare alla federazione ad un livello più professionistico.
M.S: secondo te c’è la volontà e le possibilità di rendere la dirigenza della federazione più professionale?
E.A.: sicuramente le persone che hanno lavorato fino ad ora hanno capito che se si vuole raggiungere questo tipo di obbiettivo bisogna fare qualcosa di più, in linea con quello che si è fatto fino ad ora, ma con un passo diverso. L’aumento di atleti giovani ad esempio: ha fatto capire che vanno gestiti in maniera differente rispetto agli atleti adulti, c’è bisogno di più dirigenti, bisogna formare gli allenatori e quindi sviluppare quella parte di organizzazione che richiede più persone dedicate. Si può fare ma questo richiede un grosso cambio. Secondo me, per fare questo, ci vuole un nuovo direttivo con le idee molto chiare, ovviamente con una base politica, rappresentata dal presidente Franceschetti fino adesso, ma con un approccio più strutturato. Questo però vediamo che è difficile anche a livello di federazione europea e mondiale: l’ultimate è uno sport complicato e la gestione è ancora a livello dilettantistico, se ci fossero un po’ di soldi si potrebbe investire sullo sviluppo, l’entrata nel CONI forse potrebbe aiutare, sicuramente tutte cose che richiedono tempo. Prima di tutto ci vuole una gran passione e pazienza, ma il movimento è ricco di persone appassionate quindi… comunque dopo 16 anni posso dire che l’Ultimate è cambiato tanto, e se rimani devi evolvere e non concepire l’Ultimate come un tempo.
M.S.: Ecco l’ultima domanda di rito: hammer o non Hammer?
E.A.: Hammer… tutta la vita.

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